Cucina in California: fare la spesa in modo diverso

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In questo nuovo articolo Simona dalla California ci illustra e descrive chiaramente modi diversi e più consapevoli di fare la spesa, che aiutano le persone a spendere bene ma allo stesso tempo permettono loro di acquistare prodotti freschi e biologici con facilità, anche nelle città. Vi lascio alla lettura di questo interessantissimo articolo. [English version below] Nel mio primo contributo al blog di Francesca, ho parlato dei farmers’ markets, i mercati di vendita diretta dal produttore al consumatore. Qui vorrei accennare ad altri tre modi per così dire "diversi" di acquistare o acquisire prodotti alimentari che ho conosciuto in California.


1. Community-supported agriculture (CSA) Il concetto fondamentale della CSA è quello dell’impegno da parte del consumatore, che è membro o shareholder della CSA, a sostenere l’azienda agricola. I pagamenti assicurano all’azienda agricola il capitale per operare. In cambio, i membri ricevono i prodotti dell’azienda.

Le differenze tra le varie CSA riguardano la frequenza (settimanale, quindicinnale, ecc.) e la durata delle distribuzioni (che dipende dalla lunghezza della stagione agricola), il modo di distribuzione (spesso in punti stabiliti dove uno va a prendere la propria quota di prodotti), il costo e, naturalmente, il contenuto delle distribuzioni. Questo dipende anche dalla stagione. Un’altra differenza è che in certe CSA i membri si impegnano a sostenere l’azienda per una stagione agricola, mentre in altre (CSA ad abbonamento) i membri rinnovano l’impegno di mese in mese. In ogni caso, i membri pagano un prezzo stabilito per una porzione del raccolto che l’azienda riesce ad ottenere (durante la stagione o la settimana, a seconda del tipo di accordo). In questo sistema, produttori e consumatori condividono benefici (prodotti) e rischi dell’azienda (per esempio, maltempo che riduce il raccolto). I consumatori ricevono prodotti locali freschi, mentre i produttori ottengono un prezzo migliore (data l’assenza di intermediari) e hanno un mercato sicuro. Le CSA incoraggiano un rapporto stretto tra produttore e consumatore, con tanto di visite all’azienda, notiziari, scambio di ricette, ecc. Vi segnalo due articoli recenti, uno pubblicato sul New York Times e l’altro sul San Francisco Chronicle che parlano di alcune CSA. Sul sito Local Harvest si possono cercare CSA nella zona di interesse e leggere come sono organizzate.


2. Community gardens Due anni fa, per un caso un po’ lungo da spiegare, ma che potete leggere in questo documento pdf [file pdf 5.8MB], sono diventata una delle curatrici di un piccolissimo community garden nel quartiere di Berkeley dove abitavo al tempo. È stata un’esperienza molto positiva, che mi ha incoraggiato a creare un orticello dietro la casa dove abito ora. Un community garden è uno spazio urbano dedito all’orticoltura che viene gestito da un gruppo di persone su base volontaria. I community garden sono un modo bellissimo per creare comunità e produrre verdure, erbe da cucina e fiori in città.

Per scrivere il mio articolo, ho visitato tre giardini comunitari a Berkeley e sono rimasta colpita dal senso di pace che vi regna. Un paio di anni fa, su La Domenica di Repubblica fu pubblicato un articolo che parla dei giardini comunitari di un quartiere di New York e l’autore è più bravo di me a descrivere la magia di questi luoghi. Il libro citato nell’articolo e’ descritto su questa pagina della casa editrice. In Italia esiste almeno un progetto di giardino comunitario, a Bergamo. I dettagli li potete leggere in questo documento della città di Bergamo.


3. Prodotti in bulk In quasi tutti i supermercati dove di solito faccio la spesa (compreso Whole Foods, ma escluso Trader Joe’s, delle catene che pare siano note anche in Italia), posso decidere di comprare prodotti confezionati oppure in bulk, cioè sfusi: zucchero, farine, cereali, legumi secchi, pasta, riso, olio, spezie, frutta secca, ecc., tutta una serie di prodotti di largo consumo. La mia cucina è piena di buste di varia grandezza (che io riciclo fino a che non cadono a pezzi) contenenti questi prodotti che, acquistati privi di packaging, costano meno. Questi prodotti in bulk possono essere sia di coltivazione biologica che convenzionale e spesso sui contenitori ci sono note sulla provenienza (per esempio, zucchero di canna non raffinato dal Paraguay) o sul produttore (per esempio, farina Giusto’s). Qualche mese fa Carlo Petrini ha scritto un articolo dove parla dell’enorme volume di imballaggi e prodotti usa e getta che finiscono nei rifiuti urbani, insieme agli avanzi di cibo.

Soprattutto all’ estero, molte catene di supermercati hanno cominciato a vendere prodotti sfusi: i contenitori li portano da casa i clienti. Si tratta di comportamenti virtuosi che infine indurrebbero anche i produttori a ragionare in termini più eco-compatibili sui loro inutili packaging. Io credo che tutto ciò genererebbe grandi risparmi da parte di tutti, e non soltanto una minore produzione di rifiuti.

Di fatto i contenitori sono disponibili vicino ai prodotti, se uno non se li porta da casa. L’unico neo di questo modo di fare spesa è che ogni prodotto viene descritto da un codice numerico che va riportato sul contenitore. Se l’acquirente non è coscienzioso nell’etichettare i propri acquisti in modo a lui o lei intelleggibile, possono nascere dei problemi di identificazione. Per esempio: questo sacchetto contiene farina normale o farina integrale bianca? Questa nota della Coldiretti tratta anch’essa dello stesso argomento e cita la trasformazione dei rifiuti alimentari in compost. Io ho lo spazio per tenere un composter e pratico questa forma di riutilizzo da anni. In California (e anche in Italia, stando a documenti che ho trovato su Internet) si sta diffondendo la raccolta differenziata a livello residenziale dei rifiuti alimentari (di solito eliminati insieme a quelli dei giardini). La contea di Alameda (dove si trovano Berkeley e Oakland) è un esempio di tale diffusione e questa pagina, che presenta diverse pubblicità, mi permette di concludere con una nota simpatica (almeno, spero che la troviate tale). Anche in questo caso ho scritto un articolo [file pdf 212KB] dove potete leggere maggiori dettagli. ENGLISH VERSION: "Different" ways of shopping for food In my first guest column for Francesca’s blog, I talked about farmers’ markets, where producers sell directly to consumers. Today I will briefly describe three other ways of buying or procuring food with which I have become acquainted in California.


1.Community-supported agriculture (CSA) The basic idea of a CSA is the commitment on the part of the consumer, who is a member or shareholder of the CSA, to support the farm. Payments guarantee a capital for the farm operation. In exchange, members receive products from the farm. The differences between CSAs pertain the frequency (weekly, every other week, etc.) and duration of the distributions (depending on the length of the growing season), the distribution mode (there are often established locations where members pick up their share), the cost of each delivery and, of course, its content. The latter also depends on the season. Another difference is that in certain CSAs, members commit to support the farm for a growing season, while in others (subscription CSAs) members renew their commitment month by month. In every case, members pay a set price for a share of the harvest (during the growing season, or the week, etc., depending on the arrangement). In this system, producers and shareholders share the benefits (products) and risks of the farm (for example, bad weather that affects the harvest). Consumers receive fresh local products, while farmers obtain a better price (given the lack of intermediaries) and have a guaranteed market. CSAs encourage a close relationship between producer and consumer, promoted also via visits to the farm, newsletters, recipe exchange, etc. Two recent articles, one on the New York Times and the other on the San Francisco Chronicle talk about CSAs. On the Local Harvest website you can look for CSA in a specific area and learn how they are organized.


2. Community gardens Two years ago, in a way that it would take too much space to explain, but that you can read about here [pdf file, 5.8MB], I became one of the keepers of a tiny community garden in the Berkeley neighborhood where I was living at the time. It has been a very positive experience that has encouraged me to plant a small vegetable garden behind my current home. A community garden is an urban space managed by volunteers devoted to growing plants. Community gardens are a great way to create community and to produce vegetables, herbs and flowers in the city. To write the article cited above, I visited three Berkeley community gardens and in all cases what struck me was the atmosphere of peace that pervaded them. A couple of years ago, on La Domenica of Repubblica, an article was published that talks about community gardens in a New York City neighborhood. The author is much better than me in describing the magic of those places. The book cited in the article is described on this page. In Italy, there is at least one community garden, in Bergamo. Here you can read the details.


3. Bulk products In almost all the grocery stores where I usually shop (including Whole Foods in Berkeley, though not Trader Joe’s, of the chains that appear to be known in Italy too), for an array of products, I can choose between buying them packaged or in bulk: sugar, flours, cereals, dry legumes, pasta, rice, oil, spices, dried fruit, nuts, etc. My kitchen is full of bags of various sizes (that I recycle until they break apart) containing products that, purchased without packaging, cost less. Bulk products can be organic or conventional and often the bin or container where they are stored indicates their provenance (for example, unrefined cane sugar from Paraguay) or manufacturer (for example, Giusto’s flour). A few months ago Carlo Petrini wrote an article where he talked about the enormous volume of packaging and of disposable products that end up in the urban garbage together with food scraps.

Particularly abroad, many grocery stores have started to sell products in bulk: the customers carry the containers from home. This kind of mindful behavior would finally induce the producers to act in a more eco-friendly way regarding their useless packaging. I believe that this would make everybody save a lot, besides producing less garbage.

Actually, containers are available next to the products, if you don’t carry your own from home. The only negative element of this way of shopping is that each product is described by a numeric code that the buyer must write on the container. If he or she is not careful in also labeling the container with humanly readable words, there may occur identification problems. For example: does this bag contain all-purpose or white whole-wheat flour? This note talks about the same topic and mentions the transformation of food scraps into compost. I have enough space to keep a compost bin and have been practicing this type of recycling for years. In California (and in Italy as well, according to documents I found on the Web), the separate collection of residential kitchen scraps (usually collected together with garden waste) is on the rise. Alameda County (where Berkeley and Oakland are located) is an example of the implementation of this important form of recycling, and this page that shows different ads allows me to conclude the post with a light note (at least, I hope you will find it light). Even on this subject I wrote an article [pdf file, 212KB] where you can learn more details. [testo e fotografie/ written by Simona]

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Commenti


  1. Brava Fra, riesci sempre a trovare collaborazioni interessanti.
    Tanti complimenti anche a Simona.
    CI manchi ! QUando tornate?? ;))
    Un abbraccio

    Commento by sandra

  2. Trovo davvero magnifica la possibilità dei prodotti sfusi, davvero, sono sicura che un’iniziativa del genere in Italia porterebbe un cambiamento non indifferente nelle abitudini del consumatore. Come ora moltissime persone preferiscono comprare prodotti già imballati e puliti, non rendendosi conto che li pagano un’enormità, vendendoli sfusi la differenza sarebbe più che palpabile, e indurrebbe i consumatori verso un uso più coscienzioso degli imballaggi, visto che sarebbero loro a procurarli.
    Strano pensare poi che i prodotti sfusi erano un’usanza molto cara negli anni precedenti, sicuramente al sud Italia (parlo per esperienza), perché il prodotto sfuso equivaleva allo stretto necessario e al costo che ognuno poteva permettersi.
    Nzomma, io sarei assolutamente favorevole, se non si fosse capito ;-P

    Commento by maricler

  3. ne ho sentito parlare in tv arrivare a questo (ovunque) sarebbe il massimo, mi ha male in cuore quando al venrdì caccio fuori il sacco del multimateriale,ma quanta plastica buttiamo?

    Commento by CoCò

  4. Favorevolissima, anch’io, senza dubbio alcuno. Il packaging riutilizzabile (vedi anche le scatole di latta di cui parlavamo) e il prodotto sfuso darebbero – anzi danno – un contributo notevole sia alla campagna pro-ambiente, sia alla campagna costi adeguati. Certo la California e Berkley sono avanti anni luce, un mio amico italiano (residente in California per motivi di studio) mi parlava di questi argomenti, raccolta differenziata e consuetudine al reciclare, già 10/12 anni fa.
    Ti pare possibile che nel 2009, in una città come Roma, la raccolta differenziata sia ancora di fatto inesistente e irresponsabile?
    Comunque proprio in questi giorni stanno lanciando una nuova campagna di sensibilizzazione che coinvolge molti personaggi come testimonials e si chiama “insieme facciamo la differenza”.
    se vuoi dare un’occhiata http://www.facciamoladifferenza.it
    ti aggiornerò sui risultati
    ciao fra’

    Commento by a.o.

  5. Grazie Sandra.

    Maricler, anche io mi ricordo che anni fa certi prodotti si vendevano sfusi e ora non lo sono piu’: il tonno sott’olio, i biscotti Gentilini, ecc.

    Dici bene CoCo’, buttiamo via molti imballaggi. Davvero quando un ci fa l’abitudine e’ divertente comprare la roba sfusa, perche’ uno puo’ comprare a seconda del consumo e anche provare cose nuove.

    a.o., grazie della segnalazione: andro’ a vedere i particolari. Davvero sta al nostro senso di responsabilita’ spingere perche’ certe cose vengano messe in atto e diventino ‘normali’.

    Commento by Simona

  6. I love the photo of the community garden, especially the gate.


  7. Thanks Lori Lynn. There are other pieces of art inside the garden: it is really a lovely place.

    Commento by Simona

  8. mi sono affacciata da poco a questo sito. Trovo che si respiri una deliziosa atmosfera di chiacchiera femminile e non solo, sono già intrigata da un paio di suggerimenti che metterò presto in pratica. Per quello che riguarda i cibi venduti senza gli inutili e “suggestivi” packaging sono sempre entusiasta quando (e molto spesso è così) si può far coincidere un risparmio economico ad una maniera anche etica di comportarsi. Cosa c’è di più bello delle file di barattoli con le farine, i cereali, i legumi tutti lì in fila pronti per essere scelti? Per me è pura poesia.

    Commento by Barbara

  9. ciao Barbara benvenuta sul blog. Sono d’accordissimo con te: vedere il colore ‘dal vivo’ di tutti quei barattoli di cereali e legumi, sentirne quasi il profumo, ti invoglia molto di più a comprarli. Secondo me sarebbe un ottimo incentivo per far avvicinare più persone possibile a questi tipi di alimenti così genuini che spesso vengono snobbati in favore di cibi più raffinati. Spero di rivederti presto su queste pagine. Ciao!

    Commento by FrancescaV

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